lunedì 31 maggio 2010

Il Reims di Batteux: champagne e Coppa Campioni

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Sulle colline di Reims, nel nord-est della Francia, vengono prodotti gli champagne più pregiati. È qui, nel distretto della Marna, che i massimi produttori di questo prelibato spumante riempiono bottiglie su bottiglie di champagnotta partendo dai grappoli, minuti e fitti di acini, del pregiato Pinot nero. Lo champagne, che solitamente evoca raffinati accostamenti con caviale ed altre squisitezze gastronomiche, nel nostro caso non può che avere un rimando al calcio: francese, in questa circostanza, cronologicamente localizzato negli anni cinquanta, quando sulle colline di Reims un giovane ed innovativo allenatore, Albert Batteux, concepiva il calcio in maniera assai differente dai suoi contemporanei.
«Bébert la science», così soprannominato dagli amici, era salito sul ponte di comando dello Stade Reims nel 1950, ad appena 29 anni, immediatamente dopo la fine della propria carriera agonistica, interamente dedicata al club «rouge et blanc». Subentrato ad Henri Roessler dopo la vittoriosa finale di Coppa di Francia del '50 (2-0 al Racing Club di Parigi) per volere del presidente Henri Germain, la sua concezione del gioco del pallone differiva sensibilmente da quella di molti, se non tutti i suoi colleghi: sfera a pelo d'erba, gioco ai due tocchi, triangolazioni ed imprevedibilità offensiva. Cresciuto assieme a dodici fratelli, Batteux aveva dovuto fronteggiare le asperità della guerra sin da bambino: il calcio, in un certo senso, era il modo migliore per dimenticare i lutti e le esplosioni del secondo conflitto mondiale.
Il Reims di Batteux, che in campo si schierava con il «WM», il «Sistema», disponeva di una prima linea formidabile: composta inizialmente da Appel, Glovacki, Kopa, Sinibaldi e Méano, con il passare del tempo fece la sua comparsa al centro dell'attacco biancorosso Just Fontaine, accompagnato da Vincent e Piantoni. Il Reims targato Batteux, otto presenze ed un gol con la maglia dei Bleus tra il '48 ed il '49, fece un po' fatica ad ingranare, come testimoniato dai due quarti posti in campionato ottenuti prima del titolo, conquistato nel '52-'53. Dopo essere stati sopravanzati dal Lilla di un solo punto, il Reims tornò sul tetto di Francia nel 1955: successo importantissimo, perché garantì al club della Marna un posto nella prima edizione della Coppa dei Campioni, in cui il club raggiunse addirittura la finale, persa contro il Real Madrid nonostante il parziale di 3-2 per gli uomini di Batteux quando al termine mancavano meno di trenta minuti. Dopo la cocente delusione maturata al Parco dei Principi, Kopa scelse di cambiare aria, accettando le lusinghe dei madrileni: il figlio di emigranti polacchi giunti in Francia per cercare occupazione nelle miniere del nord, nato a Nœux-les-Mines con il cognome di Kopaszewski, lasciava Reims.
Con la partenza di colui che sarà il primo francese a vincere il Pallone d'oro (1958, sul podio in altre tre occasioni durante la militanza madridista) pareva chiudersi un ciclo, ma l'avvento di Fontaine impedì che ciò accadesse: il bomber francomarocchino, nato a Marrakech, condusse i suoi ad altri tre successi in campionato (nel 1958, '60 e '62), il più importante dei quali fu indubbiamente il primo: la squadra, imperniata su Penverne, Jonquet (l'unico calciatore in campo nelle quattro finali europee disputate dal club tra il '53 ed il '59) ed il già celebrato Fontaine, raggiunse nuovamente la finale di Coppa dei Campioni, trovandosi di fronte il «solito» Real Madrid. Stavolta finì 2-0.
L'epopea dello Stade Reims era giunta al termine, ma poco meno di dodici mesi prima otto componenti di quel clan erano riusciti in quella che sarebbe stata ricordata come la più grande impresa del calcio francese, almeno fino al trionfo Europeo di Platini e soci nel 1984: un terzo posto al Mondiale svedese, vinto dal Brasile del giovanissimo ma già fenomenale Pelé, che proprio la Francia annichilì con una tripletta in semifinale, a diciott'anni neppure compiuti. Allo stadio Ullevi di Goteborg, nella finale di consolazione, i Bleus conobbero la prima gioia internazionale, frutto di un poker di Fontaine (capocannoniere della rassegna iridata con 13 reti, record ineguagliato e probabilmente ineguagliabile), un penalty di Kopa ed un gol di Douis. La Germania, seppellita sotto sei gol, fu costretta ad inchinarsi agli otto «Bleus tinti di blanc et rouge»: Fontaine, Jonquet, Penverne, Piantoni, Vincent e Colonna, più Kopa (che a Reims tornerà nel '59, per concludere una magnifica carriera) e Batteux, dal 1955 alla guida tecnica anche della Nazionale francese. Finalmente gli uomini del Reims avevano trionfato in una finale, seppur per il terzo e quarto posto.

Antonio Giusto

Fonte: Goal.com

martedì 25 maggio 2010

Grazie di tutto, José

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Hai scelto di rimanere al Bernabéu, per goderti in eterno questo trionfo: d'altronde, tu non sei un pirla. A noi farà piacere ricordarti così, commosso, avvinghiato al mio, tuo, nostro Capitano.

Grazie, José. Grazie di cuore.

lunedì 24 maggio 2010

Attilio Fresia, il primo emigrante del pallone

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Quando si parla di calciatori italiani che hanno varcato la Manica, il primo nome che viene in mente è quello di Gianfranco Zola: Ufficiale dell'Ordine dell'Impero Britannico, il Chelsea ha ritirato il «suo» 25 al momento del rimpatrio. A «Magic Box» fanno seguito Di Canio ed il suo fair play: le abilità tecniche ed anche tattiche del Vialli «player-manager»; la rapidità con cui Di Matteo mise a segno dopo 43 secondi, il 17 maggio 1997, il gol più veloce nella storia delle finali di FA Cup. Zola, Di Canio, Vialli e Di Matteo sono stati i penultimi - gli ultimi sono gli emigranti di nuova generazione: i Macheda e i Borini, che espatriano ancor prima di raggiungere la maggiore età -, ma il primo italiano a calcare i fangosi campi dell'Inghilterra chi fu?
La risposta è servita su un piatto d'argento: Attilio Fresia, nato a Torino il 5 marzo 1891. La sua storia, come quella di molti altri calciatori attivi negli anni antecedenti alla Prima Guerra Mondiale, è ricca di aneddoti e densa di un fascino in bianco e nero. Ragion per cui va raccontata dal principio, ovvero dall'acquisto di questo baffuto attaccante da parte del Genoa, disposto a sborsare la bellezza di 400 lire pur di sottrarlo ai concittadini dell'Andrea Doria. Il suo acquisto, avvenuto praticamente in contemporanea a quello del terzino De Vecchi (bandiera genoana, convocato per la prima volta in Nazionale ad appena sedici anni), fece infuriare non poco la Federazione, ma questo non impedì a Fresia di mettere a segno una doppietta contro il Reading nel corso della tournée italiana dei «Royals», rimasti ammaliati dalle sue capacità tecniche. Grazie a William Garbutt, allenatore del Genoa con trascorsi proprio nel Reading, il trasferimento si concretizzò e così nel dicembre 1913, a pochi mesi dall'esordio in Nazionale avvenuto il primo maggio contro il Belgio, Fresia si ritrovò catapultato in una realtà tutta nuova: «First month, very difficult, English language. Second month, good», le sue primissime parole in un inglese claudicante, assai meno fluido del discreto francese che si diceva parlasse e grazie al quale si era accordato con i dirigenti del Reading. Aggregato alla squadra riserve, giocò la sua prima partita in terra d'Albione contro il Croydon Common, in un incontro valevole per la South-Eastern League. Tempo pochi mesi, e l'esperienza inglese di Fresia giunse al termine: inadatto ai terreni pesanti secondo i cronisti dell'epoca, l'ex attaccante genoano ritenne opportuno far ritorno all'Andrea Doria nel 1915, dove rimase fino allo scoppio della guerra.
Durante il primo conflitto mondiale Fresia stazionò prima a Parma e poi a Livorno, dove riprese a giocare a pallone. Nell'autunno 1920 si trasferì a Modena per concludere la propria carriera e trovarsi un'occupazione stabile: quella di allenatore, perché arrivò l'offerta del Palestra Italia (che nel 1942 avrebbe modificato il proprio nome in Palmeiras) e Fresia, affetto da tubercolosi o più probabilmente da bronchite cronica, lasciò nuovamente l'Italia, in quest'occasione per il Brasile, dove sperava di trovare un clima più idoneo per le proprie precarie condizioni di salute. Fresia guidò il Palestra Italia al primo successo nel Paulistão: lo spareggio contro il Paulistano del bomber Friedenreich terminò 2-1 per gli «italiani», ma Fresia non riuscì a godere appieno del successo perché con l'avvento della bella stagione le sue condizioni di salute si aggravarono sensibilmente. Decise così di far ritorno a Modena, dove trascorse gli ultimi anni della propria vita assistito dalla moglie Nerina Secchi (sorella, tra l'altro, di Silvio Secchi, tra i fondatori del Modena) prima di spegnersi il 14 aprile del 1923.

Antonio Giusto

Fonte: Goal.com

martedì 18 maggio 2010

Serie A 2009-10: il Pagellone



Inter: Quinto scudetto di fila, quarto conquistato sul campo. Ma il dominio entro i patrii confini, a causa dell'inusuale galoppata europea, ha seriamente rischiato d'interrompersi: mai, in questi quattro anni, l'Inter aveva ceduto la vetta della classifica nel girone di ritorno prima di vedersi scavalcare dalla Roma. Mourinho è stato bravo nel tenere a bada i suoi, abilissimi nell'approfittare della fame di Cassano&Pazzini. Voto 8

Roma: Partenza ad handicap con annesso addio di Spalletti e prematuro ridimensionamento degli obiettivi stagionali. Con l'approdo di Ranieri in panchina, dopo un avvio tutto sommato nella media, ecco il boom: 24 risultati utili di fila, prima del capitombolo contro la Sampdoria ad un soffio dal traguardo. Fosse arrivato il successo, si sarebbe trattato di un miracolo. È stata «solo» un'impresa. Voto 9

Milan: Leonardo è già il passato, ma al suo esordio in panchina il tecnico poliglotta s'è inventato un assai sfizioso 4-2-1-3, poi riveduto e corretto da Mourinho. Ai suoi ordini, Ronaldinho ha ritrovato il sorriso e Nesta un'apparente integrità fisica. Tutto sommato una discreta stagione per il Milan, cui l'Inter ha addirittura concesso l'occasione di un sorpasso a nove giornate dal termine. Voto 7

Sampdoria: Champions League, diciott'anni dopo. Da Vialli&Mancini a Cassano&Pazzini, con Delneri in panchina e Palombo in campo. Dopo un avvio straordinario, targato Mannini, la Samp pareva aver smarrito la strada. È stato sufficiente strigliare Cassano per ripartire alla volta del quarto posto, ottenuto con un po' di affanno ma tanto, tantissimo merito. Voto 8,5

Palermo: Doveva essere scudetto, almeno nei piani di Zenga. Così, ovviamente, non è stato, ma il più realista Delio Rossi s'è reso conto che c'era materiale umano a sufficienza per puntare al quarto posto. Straordinaria l'annata di Miccoli, ispirato da Pastore ed ispiratore a turno di Cavani ed Hernandez. Magari, sfruttando meglio lo «spareggio» con la Sampdoria... Stagione fantastica, comunque. Voto 8

Napoli: C'è voluto un tecnico di polso come Mazzarri per ottenere il massimo dalla squadra. Dopo un pessimo avvio, costato il posto a Donadoni e Marino, la squadra si è rimessa in carreggiata: ad un tratto, la Champions League pareva raggiungibile addirittura senza il bisogno dell'anticamera agostana. Alla fine è arrivato «solo» un posto in Europa League, ma alle pendici del Vesuvio nessuno ha il coraggio di lamentarsi. Voto 7,5

Juventus: Un disastro. Ferrara prima, Zaccheroni poi: hanno fallito entrambi. Una marea d'infortuni - oltre settanta -, i flop degli strapagati Diego e Melo, le 15 (quindici, mai così tante nella lunga e gloriosa storia di Madama) sconfitte, la frattura con la frangia più animalesca della tifoseria. Alla fine, il settimo posto obbligherà la Juventus ad un'anticipatissima preparazione estiva dalle sicure ripercussioni sul prossimo campionato: fare peggio era impossibile. Voto 4

Parma: Gradito ritorno nella massima serie, agli ordini di Guidolin gli emiliani hanno ottenuto un salvezza più che tranquilla, ritrovandosi ad un certo punto addirittura in lizza per il settimo posto. Così non è stato, pazienza: il presidente Ghirardi può comunque consolarsi con un'annata frizzante e ricca di soddisfazioni. Voto 7

Genoa: Che il doppio impegno sarebbe stato ostico si sapeva: stava alla dirigenza allestire una rosa competitiva. Così non è stato, anche a causa di alcuni errori di valutazione come la prematura cessione di Floccari o l'addio ad un Crespo che si era dimostrato ancora in grado di dire la sua a certi livelli. Un tranquillo posizionamento a metà classifica, impreziosito dalla doppia convocazione in azzurro di Bocchetti e Crìscito, vale bene la sufficienza. Voto 6

Bari: A tratti, la squadra più bella del campionato: nessun timore reverenziale sin dalle prime battute di una stagione che verrà ricordata a lungo dagli aficionados biancorossi. Tra scoperte - da Ranocchia a Bonucci, passando per Alvarez - e riscoperte - Almiron e Donati, che parevano destinati all'oblio -, condite dalle riconferme di Barreto e Gillet, la salvezza è arrivata con largo anticipo, consentendo un finale di stagione in bermuda e infradito. Voto 7

Fiorentina: Gli ottavi di finale - ma, non fosse stato per Ovrebo, staremmo parlando almeno di quarti - raggiunti in Champions League non sono sufficienti per giustificare quella che, anno del fallimento escluso, è stata la peggior stagione della Fiorentina in Serie A. Con la testa altrove ed un Mutu nuovamente squalificato per doping, non poteva che andare a finire così. Nonostante tutto, qualche piacevole sorpresa c'è stata: Babacar, ad esempio. Voto 5

Lazio: La Supercoppa Italiana conquistata in agosto aveva illuso tutti, tifosi e calciatori. Privato dei dissidenti Pandev e Ledesma, lo sfortunato Ballardini ha dovuto far le nozze coi fichi secchi, senza però riuscire nell'intento. C'è voluto Reja per risollevare le sorti della squadra, che ,guidata dal colpo invernale Floccari, ha ottenuto una salvezza di cui in alcuni frangenti si è addirittura giunti a dubitare. Voto 4,5

Catania: Dopo un pessimo avvio di stagione, la svolta è arrivata con l'avvicendamento in panchina: via il debuttante Atzori, dentro Sinisa Mihajlovic. Il compito del tecnico serbo, ottimo sin dall'inizio, è stato indubbiamente facilitato dal fenomenale girone di ritorno disputato da Maxi Lopez, sbarcato in Sicilia a gennaio e capace di andare a rete in ben undici occasioni. Voto 7

Cagliari: Classico avvio claudicante per i sardi, controbilanciato come d'abitudine da una strepitosa parte centrale della stagione. Vera e propria macchina da calcio a tratti, la creatura di Allegri si è sciolta ai primi caldi, ormai appagata da una salvezza tanto tranquilla quanto meritata. Unico neo: la cacciata del tecnico toscano, parsa ingenerosa. Voto 7

Udinese: La rosa a disposizione pareva più adatta per sognare l'Europa League piuttosto che per tenersi a stento fuori dalla parte più temuta della graduatoria. In una stagione contrassegnata da un doppio esonero, l'unica nota lieta è rappresentata da Totò Di Natale: 29 gol e titolo di capocannoniere. Voto 5

Chievo: Salvezza sin troppo tranquilla per i clivensi, mai davvero in pericolo di far ritorno in Serie B. Mimmo Di Carlo ha riproposto un gioco innanzitutto efficace ed a tratti anche godibile, trovando gratificazione nei risultati. Eccezionale la stagione di Yepes, leader indiscusso della retroguardia gialloblu. Voto 6,5

Bologna: La salvezza, alla fine, è arrivata, ma più per demeriti altrui che meriti propri. L'insaziabile Di Vaio di un anno fa ha accusato il peso dell'età, costringendo Adailton agli straordinari. Fortuna che Colomba, subentrato a Papadopulo dopo nove giornate, è riuscito a limitare i danni. Voto 5,5

Atalanta: Un disastro, un vero e proprio disastro. A dispetto di una rosa da metà classifica, se non oltre, l'Atalanta si è ritrovata in lotta per non retrocedere sin dalle primissime battute del campionato. La colpa, in questo caso, non può che essere attribuita alla dirigenza: solo cambiando tre allenatori (Gregucci, poi Conte ed infine Mutti) si poteva trascinare in B una squadra in cui spiccano Tiribocchi e Valdes, Guarente e Ferreira Pinto, Manfredini e Barreto. Voto 4,5

Siena: Privatosi in estate di Portanova, Galloppa, Zuniga e Kharja, il Siena non aveva certo le carte in regola per puntare alla salvezza. Nonostante un disastroso girone d'andata, i bianconeri hanno trovato il modo di riscattarsi, almeno parzialmente, nella seconda parte della stagione. Con Malesani al timone si sono visti sprazzi di bel calcio sia al Franchi che in trasferta. Forse, con una difesa meno generosa nei confronti degli avversari, la salvezza non sarebbe stata un'utopia. Voto 5,5

Livorno: Quando si cedono le proprie stelle al miglior offerente e si affida la panchina ad un semiesordiente, le cose non possono che andare a finire male. Voto 3

domenica 16 maggio 2010

giovedì 13 maggio 2010