giovedì 22 luglio 2010

Neymar, un nuovo extraterrestre dal Brasile



Più che di Pato, Diego e Ronaldinho, in Brasile si è parlato della sua esclusione dalla lista dei ventitré sudafricani: stiamo parlando di Neymar, prodigio del Santos ormai pronto a sbarcare in Europa.

ENFANT PRODIGE – Neymar da Silva Santos Júnior, per tutti semplicemente Neymar, viene alla luce il 5 febbraio 1992 a Mogi das Cruzes, stato di San Paolo. A un tiro di schioppo da São Vicente, cittadina che ha dato i Natali ad un certo Robson de Souza, meglio noto come Robinho, a cui viene accostato da chiunque abbia la fortuna di ammirarlo accarezzare il pallone, cui dà del «tu» con disarmante facilità. Fromboliere sin dalla culla, proprio a São Vicente, nella squadra di futsal, mette in mostra le proprie doti, che non sfuggono alla dirigenza santista, abile nell'accaparrarselo quando ha appena 9 anni (e già qualche offerta dal Vecchio Continente).

MENINO DA VILA - Lui intanto cresce con calma e tranquillità, in attesa di avere l’età giusta per far faville tra i professionisti, e sceglie palcoscenici importanti per mettersi in mostra: Sudamericano Sub-15 del 2007, Torneo Mediterraneo 2008 e Copa São Paulo sono sufficienti a far accorrere al Vila Belmiro decine e decine di osservatori che vogliono sapere tutto di quel funambolo già al centro di un contenzioso tra Real e Barça nel 2006, quando aveva appena 14 anni. Dopo la Copinha 2009, viene giudicato pronto per spiccare il grande salto: nel Paulista 2009 il ragazzo si guadagna un posto da titolare in prima squadra (l’esordio il 7 marzo, contro l’Oeste, arriva però dalla panchina), e trova anche il modo di marcare tre reti, contro Mogi Mirim, Santo André e soprattutto Palmeiras, cui segna il gol del decisivo nel 2-1 della gara d'andata di semifinale. In campo dimostra di avere tutto per sfondare, però fuori dal rettangolo verde gli manca la modestia: va in giro dicendo di avere «tutto di Pelé, l’abilità palla al piede di Robinho e la capacità di far gol di Kleber Pereira». Questi eccessi di boria, però, si possono perdonare: 14 gol (due dei quali in finale) nel Paulista 2010 vinto dal Santos, 10 in Coppa del Brasile di cui la metà messa a segno contro il Guarani negli ottavi di finale.

GOL, TECNICA E VELOCITÀ SUPERSONICA – Classe 1992, destro naturale, normolineo (174 cm x 54 kg) esile ed elastico, Neymar è in grado di agire sia come seconda punta che come trequartista. Non disdegna neppure partire dall’esterno, dove può esibirsi in ubriacanti dribbling volti ad infiammare la torcida oppure cercare il fondo per il cross. Bene anche per vie centrali: la visione di gioco, anch’essa sopra la media, gli permette di inventare gustosi assist per i compagni, e può inserirsi con facilità in area partendo da dietro. Capace anche da fermo, vista l’abilità nel calciare le punizioni e la fredezza dal dischetto (grande esecutore della cosiddetta «paradinha», recentemente bandita dalla FIFA). Bagaglio tecnico di prim’ordine, a dispetto di un’altezza tutto sommato contenuta può vantare un ottimo colpo di testa, e pur essendo destro il mancino non pare di molto inferiore al piede prediletto. E fa tutto questo a velocità supersonica.

VESTIRÀ DI BLUE? – Il Santos, sicuro di avere in casa un «craque», ha provveduto a rilevare tutto il cartellino del giocatore, che in precedenza apparteneva per il 40% al Gruppo Sonda, e gli ha fatto firmare un remunerativo contratto fino al 2014 con clausola di rescissione fissata a 30 milioni, in modo da cautelarsi nel caso di eventuali «scippi» europei. Ancelotti stravede per lui, ed Abramovich ha deciso di metter mano al portafoglio per accontentare il suo allenatore: 20 milioni offerti al Santos, che ha però rifiutato stizzito, sostendendo che il valore del ragazzo non è inferiore ai 35 milioni. L'agente del giocatore, Wagner Ribeiro, ha però fatto sapere che ciò che più conta è il volere del suo assistito: perciò se Neymar sceglierà il Chelsea, il «Peixe» non potrà che assecondarlo.

Antonio Giusto

Fonte: Goal.com

giovedì 15 luglio 2010

C'era una volta Zemanlandia

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Sigarette e fuorigioco, quattrotretre e Beppe Signori, gradoni e goleade. È Zemanlandia. La storia di un laconico boemo e della sua cricca, ambientata nella torrida Foggia a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta. Un modo di fare calcio che mescola passato e futuro, che si concretizza nel presente: si gioca a zona con anni d'anticipo sul resto del panorama italiano, ma la gestione societaria è ancora vecchio stampo, niente merchandising e diavolerie simili.

ZEMAN: LA PRIMA VOLTA
Zdenek Zeman è un boemo di ghiaccio, col vizio del fumo ed un'avversione instrinseca nei confronti della marcatura a uomo. A Foggia ce lo porta Peppino Pavone, innovativo diesse dei Satanelli, affascinato dal Licata, che conquista la promozione in C1 nell'84-85 offrendo un gioco spumeggiante e ricco di gol nonostante la modestia della rosa, composta da un manipolo di semiesordienti. Don Pasquale Casillo, indiscusso signore del grano nonché neopresidente dei rossoneri, neppure sa chi sia questo Zeman, ma una volta compresa la sua filosofia di gioco non esita ad assumerlo. La favola, però, rischia di finire ancor prima di incominciare: il Foggia è stato appena retrocesso in C2 a causa di un tentativo d'illecito, scomoda eredità dell'ex general manager Ernesto Bronzetti. La squadra è allo sbando, in ritiro si presentano in sette. Zeman non fa una grinza ed il tempo gli dà ragione, perché l'avvocato Mauro Finiguerra riesce ad evitare la retrocessione, riottenendo la C1 seppur con 5 punti penalizzazione. Intanto il lavoro del tecnico boemo, nipote di quel Cesto Vycpalek bicampione d'Italia sulla panchina della Juventus, riscuote successo: l'ambizioso Parma lo invita a cena per proporgli un contratto, Casillo lo viene a sapere e, sentendosi tradito, lo esonera a sette giornate dal termine del campionato.
Nel 1987-88 sulla panchina rossonera siede Pippo Marchioro, che nonostante un'ambiziosa campagna acquisti fallisce il salto di categoria, per cui bisogna attendere la venuta di Pino Caramanno: secondo posto alle spalle del Cagliari di Ranieri, e ticket per la Serie B strappato all'ultima giornata, sul neutro di Trapani, grazie ad un pareggio con il Palermo diretto inseguitore (1-1, per il Foggia in gol Barone su calcio da fermo). Nonostante la promozione, Caramanno entra in rotta di collisione con i vertici societari: l'esonero è la naturale conseguenza, la richiamata di Zeman una lucida follia. Il mister fa ritorno in Capitanata dopo la deludente esperienza parmense ed un ottavo posto in B con il Messina.

B COME BEPPE
Al primo anno in cadetteria, l'obiettivo stagionale è una tranquilla salvezza. Per ottenerla, Peppino Pavone punta su un giovanotto di scuola Inter, Beppe Signori, il cui acquisto viene avallato non senza remore da Casillo. All'arrivo del ragazzo a Foggia, Zeman gli riserva un saluto stringrato: «Ciao, bomber». Signori, che l'anno prima ha segnato appena 5 gol con il Piacenza, 3 dei quali su rigore, resta interdetto: quel «bomber» gli sa di presa in giro, ma ben presto si renderà conto dei progetti che Zeman ha in serbo per lui. Nel frattempo, inizia il campionato, e nonostante le rosee attese il Foggia parte male: con 4 sconfitte filate tra la sesta e la nona giornata, la classifica non sorride certo ai rossoneri.
L'ultima chance per il boemo arriva alla vigilia di San Silvestro, in un gelido Monza-Foggia. Consonni porta in vantaggio i brianzoli al 20', Zeman è ad un passo dall'esonero quando la bandiera monzese Fulvio Saini (544 partite in biancorosso, record assoluto) commette un grave errore: inopinato retropassaggio al portiere su cui si avventa Signori, che insacca. È il gol della svolta: il Foggia inizia l'anno nuovo con la consapevolezza di poter far bene, benissimo, e ad un certo punto i Satanelli si ritrovano addirittura a cullare sogni di promozione. Per ottenerla c'è bisogno di qualche innesto importante: su tutti, Ciccio Baiano, che si rivelerà decisivo segnando ben 22 reti e concludendo la stagione sul trono dei cannonieri assieme all'udinese Balbo ed all'ascolano Casagrande.
Il successo in campionato, ottenuto con largo anticipo, è frutto di una preparazione atletica disumana, unita ad un'impeccabile applicazione del dogmatico 4-3-3. Perché i calciatori interpretino al meglio la filosofia di gioco zemaniana è infatti necessario un atletismo superiore alla media: per fare ciò, Zeman sottopone i suoi uomini ad interminabili sedute di allenamento, tenute sul campetto in terra battuta adiacente alla chiesa di San Ciro, distante pochi metri dallo stadio. Allo Zaccheria, infernale bolgia che suscitava timore anche in fuoriclasse affermati come Baggio e Maldini, viene raggiunto il culmine: ogni martedì, i giocatori sono costretti al tremendo saliscendi sui gradoni, reso ancor più duro dai sacchi e dai copertoni che l'incallito fumatore boemo è solito far utilizzare ai suoi nel corso delle estenuanti sessioni di lavoro atletico. Sembra un canto dell'Inferno dantesco, eppure erano questi i metodi utilizzati da Zeman, inattaccabili perché fruttuosi: alla domenica pomeriggio il Foggia aveva sempre una marcia in più dell'avversario. Necessaria, dato che per attuare il 4-3-3 era essenziale correre dal primo all'ultimo minuto, senza pause di sorta perché con la linea difensiva che spesso e volentieri oltrepassava la metà campo un singolo errore poteva rivelarsi fatale. Ma Zdenek, fine psicologo oltre che tecnico di elevato spessore, sapeva come agire, e la promozione fu la diretta conseguenza delle sue azioni, favorite da una lungimirante gestione societaria.

ZEMANLANDIA
Il Foggia che ritorna in Serie A dopo tredici anni è ben più che una società di calcio: si tratta infatti di una vera e propria famiglia del pallone. C'è Zeman, detto «il Muto», con la combriccola societaria: il già citato Peppino Pavone, direttore sportivo dotato di impareggiabile fiuto; Franco Altamura, dirigente che più di una volta dovette mettersi d'impegno per riconciliare tecnico e presidente; il viceallenatore Vincenzo Cangelosi, trent'anni al seguito di Zeman in giro per l'Italia; il massaggiatore Lino Rabbaglietti ed il magazziniere Dario Annecchino. Instancabili giocatori di tressette, trascorrono così gli interminabili viaggi in pullman.
Ma il meglio lo fa vedere la squadra sul campo: Petrescu, Shalimov e Kolyvanov, dispendiosi acquisti di Casillo, vanno ad aggiungersi al gruppone forgiatosi in B, quello composto da Signori, Baiano, Rambaudi, Mancini, Barone, Padalino, Codispoti... L'esordio è da brividi: si gioca a San Siro, contro l'Inter, ma il Foggia porta a casa un punto prezioso dopo essere addirittura passato in vantaggio con Baiano. Segue un immeritato ko casalingo con la Juventus (segna Schillaci, capocannoniere con Zeman a Messina), quindi il primo successo: 2-1 alla Fiorentina con emblematico gol vittoria di Codispoti, uno dei protagonisti della scalata dalla C alla A. Il campionato, concluso al nono posto, incorona il tecnico boemo: è Zemanlandia.
Mentre i tifosi sognano una campagna acquisti di livello per puntare all'Europa, Casillo è di diversa opinione: via Signori, Baiano, Rambaudi, Codispoti, Shalimov e molti altri per un guadagno totale di 60 miliardi circa. Il mandante di queste apparentemente scellerate operazioni di mercato è Zeman, convinto del fatto che una stagione del genere sia irripetibile con giocatori ormai formati e desiderosi di affrontare palcoscenici di ben altro livello. Si sceglie quindi rifondare la squadra: ai quattro superstiti Mancini, Petrescu, Grandini e Kolyvanov si aggiunge un manipolo di giovani tra cui spiccano i futuri interisti Di Biagio e Seno, oltre alla punta Bresciani, due volte in gol nello storico 2-0 che il Foggia ebbe l'ardore di rifilare alla Juventus nel '94-95, ultima stagione in A dei rossoneri. Nonostante questa rivoluzione, che porta la stragrande maggioranza della critica sportiva a dare il Foggia per spacciato, Zeman centra un'altra inaspettata salvezza: mentre il grande ex Signori vince il titolo di capocannoniere con la Lazio, i Satanelli ottengono un meritato undicesimo posto grazie anche ai gol dell'olandese Bryan Roy, acquistato in novembre dall'Ajax.
La stagione successiva si apre con una grande campagna acquisti: Stroppa, Chamot e Cappellini vanno a rinforzare una squadra che a molti pare pronta per conquistarsi un posto in Europa. Il piazzamento-Uefa sfugge all'ultima giornata, quando il Foggia perde contro il Napoli di Lippi, diretto concorrente, a causa di un gol di Paolo Di Canio. Il boemo lascia, va alla Lazio: è la fine di Zemanlandia.


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IO C'ERO: PASQUALE PADALINO
Il suo esordio risale all'11 dicembre 1988, contro il Giarre, in C1: si aspettava una carriera del genere?
A quei tempi il calcio era ancora un gioco, un semplice diletto. Per me era già un traguardo incredibile quello di vestire la maglia della squadra della mia città, figuriamoci se pensavo alla Serie A o alla Nazionale. Allora mi bastava scendere in campo e divertirmi, sempre rispettando le indicazioni dell'allenatore: è così che da centrocampista mi sono ritrovato a fare il difensore centrale.
Qualche anno più tardi si è ritrovato nel cuore della retroguardia del «Foggia dei miracoli», rendendosi partecipe della formidabile cavalcata che portò i Satanelli dalla C1 ai quartieri alti della Serie A nel giro di appena quattro stagioni. Per un foggiano purosangue come lei cosa è significato essere tra i protagonisti di quell'impresa?
Indossare la maglia della propria squadra, quella per cui si è fatto il tifo sin da bambini (Padalino da piccolo faceva il raccattapalle allo Zaccheria, ndr), è un'esperienza indimenticabile. Per di più se si arrivano ad ottenere dei risultati di tale rilevanza.
Quali sono i compagni che ricorda con maggiore affetto di quel periodo vissuto in rossonero?
Di quel gruppo, contraddistinto da una grande armonia, ricordo con piacere la simpatia di Paolo List. Grandi esempi per me, che a quei tempi ero tra i più giovani, furono alcuni «anziani» come Daniele Marsan ed Antonio Schio, gente più navigata di me e sempre pronta a darmi una mano nel momento del bisogno.
Il suo rapporto con Zeman non ebbe un epilogo felice: per quale motivo?
A dire il vero, non ci fu nessun problema di natura personale con Zeman. Si trattò semplicemente di una questione lavorativa, a causa della quale lasciai Foggia per accasarmi al Bologna.


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FOGGIA-GRANDE INTER 3-2
Non solo Zemanlandia. Foggia ha fatto parlare di sé per ragioni calcistiche ben prima che molti dei protagonisti del miracolo zemaniano venissero alla luce. Quando Signori, Baiano e Rambaudi non erano altro che progetti, il Foggia era nelle mani di Don Mimì Rosa Rosa, industriale del legno con la passione per il calcio. In panchina sedeva Oronzo Pugliese, pittoresco allenatore nato e morto in quel di Turi.
Una volta raggiunta la Serie A, i Satanelli ottennero un ottavo posto tanto imprevedibile quanto meritato. Ciliegina su una torta farcita di bel gioco, il successo sulla Grande Inter: 31 gennaio 1965, allo Zaccheria finisce 3-2. Dopo quel ko, gli uomini di Herrera si ritrovarono ad avere addirittura sette punti di svantaggio nei confronti del Milan capolista, ma alla fine lo scudetto si colorerà di nerazzurro. Tutto previsto da un tifoso d'eccezione: Padre Pio da Pietrelcina. Il frate cappuccino, ricevendo Herrera e la sua truppa a San Giovanni Rotondo, non ebbe timore di esprimere un pronostico: nerazzurri sconfitti a Foggia, ma campioni d'Italia. Oltre al titolo nazionale, quell'Inter vinse anche Coppa dei Campioni ed Intercontinentale.
La sconfitta rimediata dalla Grande Inter allo Zaccheria (l'unica in campionato oltre al derby d'andata con il Milan) è destinata a rimanere nella storia, quantomeno in quella del club rossonero. Dopo un primo tempo concluso a reti bianche, il doppio vantaggio dei padroni di casa firmato da Lazzotti e Nocera fu annullato da Suarez e Peiró, prima che il bomber massimo nella storia dei Satanelli, Cosimo Nocera, infilasse in rete il pallone del definitivo 3-2.

Antonio Giusto

Fonte: Calcio 2000

lunedì 12 luglio 2010

Promossi&Bocciati di Olanda-Spagna: Webb e Robben steccano, Iniesta no!



La partita: Più calci che calcio. Il primo tempo è la sagra del fallaccio, spesso squisitamente intimidatorio: van Bommel e la sua banda scelgono questa via per sopraffare la Spagna, e per poco non ci riescono. Nonostante tutto, le occasioni non mancano, ma latitano i realizzatori: Robben filosofeggia dinanzi a Casillas, mentre Fabregas si erge a paladino dell'egoismo. Meno male che c'è Don Andrés. Voto 5.5

Iniesta: Pensate che un gol segnato a pochi spiccioli dal termine di una finale mondiale sia il massimo? Se è così, vi sbagliate. Ed Iniesta, che si disfa dell'ormai obsoleta maglia priva di stella «mondiale» per celebrare la memoria del compianto Dani Jarque ne è la prova lampante. Un grande uomo, prima che un grande campione. Voto 7.5

L'Olanda: Noi calciamo, e poco importa che si tratti della palla o di un avversario. Questo pare il primo comandamento degli olandesi, capitanati dal fumantino van Bommel ed esemplificati dall'intervento da galera di De Jong sul malcapitato Xabi Alonso. Le statistiche parlano di qualcosa come nove cartellini gialli estratti dall'arbitro - misericordioso in più d'una occasione, rivolgersi a Robben per ulteriori informazioni - in faccia agli oranje, con Heitinga che è riuscito addirittura a fare il bis. Voto 5

Webb: Estrae cartellini a destra e a manca, finendo col risultare addirittura troppo buono. Nega almeno un calcio di rigore (a Xavi) ed un paio di espulsioni (De Jong prima, Robben poi) non sembrando mai pienamente in controllo di una partita parecchio movimentata. Dall'ottimo direttore di gara ammirato tanto in Premier League quanto nella nerazzurra finale di Madrid, era lecito attendersi di più. Voto 5

Robben: Dribbla tutto ciò che gli capita a tiro, compreso un cartellino rosso. Eppure riesce a rovinare tutto facendosi ipnotizzare per ben due volte dal decisivissimo Casillas. Sangue troppo caldo, e la coppa vola a Madrid. Voto 5.5

La Spagna: Degno epilogo di un torneo iniziato male salvo poi concludersi nel miglior modo auspicabile per chi mangia paella e festeggia los Sanfermines. Villa è una maraVilla, Iniesta decisivo per dovere, Xavi consueto alchimista del centrocampo e Casillas saracinesca umana. ¡Campeones del mundo! Voto 8

Sudafrica 2010: Le vuvuzelas e la primera vez della Spagna, il polpo Paul e la Germania multietnica, «Waka Waka» e la cavalcata uruguagia. Ma anche l'Olanda eternamente seconda, la peggior Italia di sempre, il Maradona cittì vestito da sposo, le lacrime di Gyan e le cassanate degli invasori. Non è stato un inno allo spettacolo, ma la sufficienza è pienissima. Voto 6

Antonio Giusto

Fonte: Goal.com

sabato 3 luglio 2010

Argentina-Germania 0-4: Muller al 3' p.t.; Klose 23', Friedrich 29', Klose 44' s.t.



Argentina (4-3-1-2): Romero; Otamendi (25' s.t. Pastore), Demichelis, Burdisso, Heinze; Maxi Rodriguez, Mascherano, Di Maria (30' s.t. Aguero); Messi; Higuain, Tevez. All Maradona.
Panchina: Andujar, Pozo, C.Rodriguez, Garce, Samuel, Bolatti, Veron, Gutierrez Jonas, Palermo, Milito.
Germania (4-2-3-1): Neuer; Lahm, Mertesacker, Friedrich, Boateng (27' s.t. Jansen); Khedira (33' s.t Kroos), Schweinsteiger; Muller (39' s.t. Trochowski), Ozil, Podolski; Klose. All: Loew.
Panchina: Wiese, Butt, Aogo, Tasci, Badstuber, Marin, Kiessing, Cacau, , Gomez.
Arbitro: Irmatov (Uzbekistan)
Note: ammoniti Otamendi, Muller, Mascherano.

Ebbene sì, la Germania ha denudato il re. Coesione difensiva e capacità di ripartire e verticalizzare il gioco, tanto è bastato agli uomini di Löw per annientare l'Argentina: mai squadra, in questo Mondiale. Per rispedirla a Buenos Aires c'è voluta quella che invece più squadra di tutte si è dimostrata sin qui, la Mannschaft, che non si accontenta di superare agevolmente il turno ma coglie anzi la palla al balzo per lanciare un messaggio chiarissimo alla vincente di Paraguay-Spagna: ci prenderemo noi il posto e finale, e pure gli applausi del pubblico.
Compito primo per l'analista della partita - il sottoscritto, in questo caso - è però capire che cosa frulli nell'impomatata testa di Maradona. Che le idee del Pibe de Oro non siano chiarissime si è avuto modo di intuirlo sin dall'esordio messitematico contro la Nigeria, però l'ostinazione nel puntare su Otamendi (buon centrale, ma agghiacciante nelle vesti di terzino) è inspiegabile: chi si permette il lusso di lasciare a casa Javier Zanetti dovrebbe quantomeno essere in grado di rimpiazzarlo con un calciatore del medesimo livello, non di adattare un centrale difensivo dove prima era stata deludentemente proposta un'ala. Nulla di strano, quindi, nel fallo su Podolski che genera il gol del vantaggio tedesco (Müller di testa, in anticipo proprio sull'impresentabile Otamendi) ed incanala la partita sui binari teutonici. Con l'Argentina costretta a rimontare, Schweinsteiger e soci stringono le maglie ed annientano gli spazi tra i reparti: la manovra dell'Albiceleste langue nella propria metà campo, priva d'idee e di movimento senza palla. Messi, che dovrebbe accendere la luce, non ci riesce perché troppo lontano dall'interruttore: costretto ad andarsi a prender palla fin quasi sulla propria trequarti campo, non è in grado di risolvere individualmente la partita. Le alternative al prodigio blaugrana si chiamano Tevez e Di Maria, ma neppure loro riescono ad impensierire più di tanto l'ordinata retroguardia tedesca, anche se il neoacquisto del Madrid mourinhano in avvio di ripresa qualche apprensione a Neuer la crea. Ma è davvero troppo poco, e la Germania ne approfitta non appena si esaurisce la spinta emotiva degli avversari: Müller - da terra: genialmente efficace - serve in profondità Podolski che regala a Klose il 2-0.
Il gol del raddoppio induce Maradona a cambiare qualcosa, senza criterio però: Pastore subentra ad Otamendi, sbilanciando la squadra che infatti piglia anche il 3-0 da Friedrich (!) dopo uno slalom dell'ex promessa dello sci Schweinsteiger (non scherzo: il biondo regista del Bayern Monaco eccelleva per davvero nello sci alpino, in gioventù). Veron e Milito, intanto, rimuginano sulla loro permanenza in panchina. Con un'Argentina allo sbando, Klose ne approfitta per segnare il quattordicesimo gol in carriera ai Mondiali, eguagliando Gerd Müller e rendendo ancor più dolce questa vittoria.
Parere personale, all'Argentina serve un allenatore: Maradona è un «ventiquattresimo», forse un buon motivatore ma non di certo il sapiente in grado di trovare la formula per far coestistere Messi, Tevez, Higuain ed Agüero. E per questa generazione di fenomeni - offensivi e non: Cambiasso e Mascherano hanno il fiato necessario per renderne possibile la convivenza - la prossima sarà probabilmente l'ultima chiamata mondiale.

ANTONIO GIUSTO

Fonte: Blog Mondiali di Calcio 2010

El fútbol es «Loco»







venerdì 2 luglio 2010

Olanda-Brasile 2-1: Robinho (B) al 10’ p.t.; Sneijder (O) all’8’ e al 23’ s.t.



OLANDA (4-2-3-1): Stekelenburg; Van der Wiel, Heitinga, Ooijer, Van Bronckhorst; Van Bommel, De Jong; Robben, Sneijder, Kuyt; Van Persie (dal 40’ s.t. Huntelaar). (Vorm, Boschker, Boulahrouz, Braafheid, Schaars, De Zeeuw, Afellay, Van der Vaart, Babel, Elia). All. Van Marwijk.

BRASILE (4-2-3-1): Julio Cesar; Maicon, Lucio, Juan, Bastos (dal 17’ s.t. Gilberto); Gilberto Silva, Felipe Melo; Dani Alves, Kakà, Robinho, Luis Fabiano (dal 32’ s.t. Nilmar). (Gomes, Doni, Luisao, Thiago Silva, Josue, Kleberson, Julio Baptista, Grafite). All. Dunga.

ARBITRO: Nishimura (Giap).

NOTE: spettatori 40.186. Espulso al 28’ s.t. Felipe Melo; ammoniti Heitinga, Bastos, Van Der Wiel, De Jong, Ooijer. Angoli 8-4 per il Brasile. Recuperi: 1’ p.t., 3’ s.t.

Il Brasile non è europeizzabile. Questo è il verdetto emanato dalla strana sconfitta della Seleção, brasilianissima quando anziché chiudere l'incontro si perde in fraseggi tanto pittoreschi quanto inutili. Fosse arrivato il 2-0 in chiusura di primo tempo, ora staremmo probabilmente celebrando le capacità gestionali di Dunga, abile nel contagiare i suoi con la malattia del calcio europeo: pragmatico all'inverosimile maniera, ma efficiente come nessun altro al mondo. Il tabellino però dice 2-1 per l'Olanda, europea davvero e stavolta non solo per questioni geografiche, accompagnata anche da una discreta dose di fortuna.
La «fortuna» olandese ha un nome, un cognome e persino un numero di maglia: Felipe Melo, numero 5 del Brasile che pare indossato apposta per infangare la memoria calcistica di Falcão. Il centrocampista juventino, complice la rimonta avversaria, dà di matto scalciando Robben e guadagnando la via degli spogliatoi con venti minuti d'anticipo sui compagni di squadra. Lì, in pratica, si spengono le speranze di controsorpasso brasiliano: e pensare che nei primi 45' si era assistito ad una partita diametralmente opposta, con il tanto criticato Melo protagonista del passaggio in profondità trasformato in gol da Robinho.
Ma veniamo alla partita, perché potendosi concedere il lusso di iniziare l'azione con i difensori, la Seleção gestisce sapientemente il possesso del pallone in attesa di trovare il varco giusto per far male ad un'Olanda disposta in campo con il 4-1-4-1: De Jong, perfetto in entrambe le fasi, protegge la difesa ed imposta pure il gioco consentendo a van Bommel di agire una decina di metri più avanti. Interessante la disposizione in diagonale dei trequartisti brasiliani: anziché giocare sulla stessa linea, Daniel Alves parte in posizione di interno destro e Robinho ronza attorno a Luis Fabiano in attesa che «O Fabuloso» gli crei lo spazio per l'inserimento. Proprio così nasce l'1-0, con Alves che costringe Ooijer ad allargarsi ed Heitinga che improvvidamente segue il movimento in uscita di Luis Fabiano: si apre una voragine centrale, che van der Wiel (bloccato nel primo tempo, discreto incursore dopo l'inversione di campo) non riesce ad arginare finendo per costringere Robben a tentare una poco fortunata chiusura sull'inserimento di Robinho. Nulla in avanti, dove van Persie s'allarga per uscire dalla temibile morsa di Lucio e Juan (Mondiale stratosferico) e Robben è costantemente vittima del raddoppio difensivo brasiliano, l'Olanda rischia di capitolare dinanzi alle triangolazioni strette dei brasiliani. Di spazio in contropiede, arma sin qui prediletta dagli oranje, non ce n'è, ed i terzini van der Wiel e van Bronckhorst rinunciano all'azione offensiva perché intimiditi dai rispettivi avversari di fascia.
Lo striminzito vantaggio con cui si chiude il primo tempo non rende onore agli uomini di Dunga, certamente meritevoli di qualcosa in più ma troppo fumosi per andarselo a prendere. E così basta un episodio per cambiare il volto di una partita sino a quel momento dominata dal Brasile: è sufficiente un'accelerazione di Robben per scatenare il finimondo. Bastos lo atterra, graziato da Nishimura, ma basta un nonnulla (in questo caso la paura di perdere Bastos) per mandare nel pallone Felipe Melo: sul conseguente cross di Sneijder ignora il comando di Julio Cesar e va ad ostacolarlo in uscita, omaggiando l'Olanda di un immeritato pareggio. Con van der Wiel che prende fiducia e macina chilometri sulla corsia destra andando finalmente ad assecondare Robben, Dunga si convince che Bastos non terminerà la partita e getta nella mischia Gilberto, organicamente inadeguato alla marcatura dell'ala destra oranje. Il gol di Sneijder è una pugnalata, quasi quanto la già citata espulsione di Felipe Melo: ingenuità clamorosa, dettata da un autocontrollo inesistente, che obbliga il Brasile ad un raffazzonato assalto finale incentrato su lanci lunghi ed improbabili serpentine che poca apprensione destano nella difesa olandese.

ANTONIO GIUSTO

Fonte: Blog Mondiali di Calcio 2010