domenica 15 maggio 2011

Lacrime di un Fenomeno


Diciott'anni di magie, partendo dal natio quartiere di Bento Ribeiro, e sempre con il pallone incollato al piede. I muscoli ormai a brandelli dopo mille infortuni, le articolazioni scricchiolanti e l'ipotiroidismo (causa dell'evidente sovrappeso) lo hanno costretto a dire basta. Il 14 febbraio, Ronaldo ha dato l'addio al calcio. E, durante l'annuncio, gli occhi del Fenomeno si sono inumiditi. Commozione giustificata perché, come disse Falcão: «un calciatore muore due volte, la prima quando si ritira». Il Fenomeno, poi, ha sempre avuto la lacrima facile: le ultime prima della conferenza stampa di congedo le aveva versate in seguito all'eliminazione del suo Corinthians dalla Coppa Libertadores, uno dei pochissimi trofei che non farà bella mostra di sé nella sua traboccante bacheca.


IL DOLORE

Le lacrime, dicevo. Sottile fil rouge che lega i più momenti più significativi, nel bene e soprattutto nel male, della carriera di Ronaldo Luís Nazário de Lima (così all'anagrafe, dove è stato registrato con quattro giorni di ritardo il 22 settembre 1976).
Le prime versate in mondovisione risalgono al 12 aprile 2000. Si tratterebbe della finale d'andata di Coppa Italia tra Lazio ed Inter, ma tutti gli occhi sono puntati su di lui. Il Fenomeno è al rientro in campo dopo cinque mesi d'infermeria: contro il Lecce, il 21 novembre dell'anno prima, si è parzialmente lacerato il tendine rotuleo destro. Subentrato ad un giovane Mutu, Ronie è smanioso di far presente al mondo del calcio che è ancora l'indiscusso numero uno. Ma dopo sei minuti, dodici secondi ed un mulinare di gambe sul pallone, il ginocchio destro - sempre lui, accidenti! - cede. Attoniti, compagni ed avversari, tifosi di qualunque bandiera, osservano Ronaldo uscire dal campo mentre, con i lucciconi agli occhi, invoca l'amatissima mamma Sonia. «Perché io? Perché?», chiede a Moratti, abbracciandolo negli spogliatoi: Fenomeno, anche di sfortuna. Ed il suo ritorno al calcio è tutt'altro che scontato. A crederci sono in pochi, pochissimi. La Panini lo esclude dall'album 2000-2001, ed in effetti il Fenomeno non metterà mai piede in campo nel corso di quella stagione.


IL FENOMENINHO

Lontano dal pallone, nel corso della riabilitazione successiva all'intervento del professor Saillant, Ronaldo vede scorrere davanti a sé, chiedendosi se sarà in grado di proseguirla, la propria vita calcistica. Dai primi gol sulle «peladas» (campetti senz'erba) di Bento Ribeiro, periferia nordoccidentale di Rio de Janeiro, al futsal nel Valqueire prima e nel Social Ramos poi, quindi la prima delusione: il Flamengo, la squadra del suo idolo Zico, rifiuta di pagargli i quattro autobus necessari per raggiungere il campo d'allenamento, e così Dadado (odiato nomignolo affibbiatogli dal fratello maggiore Nelio) è costretto a rimandare il proprio appuntamento con il calcio a 11. Finché Paulo Roberto e «Zillo» Correia lo notano e gli propongono di trasferirsi al São Cristóvão, dove anche Jairzinho si accorge di lui. E, assieme a Reinaldo Pitta ed Alexandre Martins lo porta al Cruzeiro. Bambino prodigio, al Mineirão incanta, guadagnandosi la convocazione di Parreira per il vittorioso mondiale statunitense quando ha appena 17 anni. Non gioca neppure un minuto, ma approda in Europa, al PSV Eindhoven.


APOTEOSI BARÇA

Due stagioni, 54 gol in 57 partite e lo compra il Barça: capocannoniere, anzi «Pichichi», ed un indimenticabile cammino verso il gol a Santiago di Compostela. Parte dalla linea di metà campo, e arriva in porta dopo essersi bevuto in pratica l'intera squadra avversaria. Sbalorditi, in Spagna propongono varie soluzioni per arginare l'extraterrestre vestito di blaugrana: César Gómez, visto in Italia con la maglia della Roma, suggerisce di pregare; Miguel Ángel Lotina, al tempo sulla panchina del Logroñés, è più cruento: «Bisogna sparargli». E così l'Inter, per preservarne l'incolumità, lo porta in Italia, e lui porta la Coppa UEFA 1998 nella bacheca dell'Inter.


LA GIOIA MONDIALE

Una storia così non può interrompersi sul più bello, e - con l'aiuto dei medici Runco e Combi e dei fisioterapisti Petrone e Rosam - Ronie torna ad inseguire un pallone sul prato verde.
Finalmente, eccolo di nuovo in campo con la maglia nerazzurra. È il 9 dicembre 2001, l'Inter va Brescia ed al Fenomeno bastano appena diciotto minuti ed una triangolazione con il compagno di baldorie Bobo Vieri per aprire le marcature. A questo gol ne seguiranno altri sei, ma Ronaldo rimarrà all'asciutto nel giorno più importante di un campionato che avrebbe potuto vedere l'Inter trionfare dopo tredici anni di astinenza. Il teatro dell'ennesima tragedia sportiva vissuta dal Fenomeno è nuovamente l'Olimpico di Roma, dove la Lazio di uno spietato Poborský gli nega il tanto agognato Scudetto. Cúper, quando manca poco più di un quarto d'ora al termine ed il risultato è di 4-2 per i padroni di casa, lo richiama in panchina. Ronie china il capo tra le mani e si abbandona al pianto, sconsolato.
Quelle lacrime gliele asciuga il cittì brasiliano, Felipão Scolari, che inserisce il suo nome nella lista dei convocati per il Mondiale nippocoreano. La Seleção, che tanta fatica aveva fatto nelle qualificazioni anche - o forse soprattutto - a causa dell'assenza del suo miglior giocatore, ritrova un Ronaldo circondato dallo scetticismo: in che condizioni, fisiche e psichiche, sarà? Risponde sul campo, a suon di gol. Ne segna otto, ed in finale buca due volte il sin lì insuperabile Kahn. Dopo la seconda rete, ecco l'abbraccio tra Ronie ed un commosso Scolari, che al triplice fischio di Collina verrà imitato dal Fenomeno. Per una volta, Ronaldo piange lacrime di gioia.



PAGLIUCA: «VINCEVA LE PARTITE DA SOLO»

Finché ha indossato gli scarpini, Ronaldo è stato il peggior nemico dei portieri. Gianluca Pagliuca, però, lo ricorda così: «È stato un onore giocare con lui. Ci faceva vincere le partite» e non solo: assieme a Ronaldo, Pagliuca ha conquistato la Coppa UEFA nel '98 «e poi - continua il portierone bolognese - con uno così là davanti c'è anche meno pressione». Pagliuca, che con Ronaldo ha condiviso lo spogliatoio dal 1997 al 1999, è stato infilato solo una volta dal Fenomeno: «Mi segnò l'unico gol in Italia-Brasile 3-3, amichevole disputata a Lione l'8 giugno 1997. Poco dopo sarebbe arrivato all'Inter».


Antonio Giusto


Fonte: Calcio 2000

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